Radio Banda Larga
social networksRBL su FacebookRBL su TwitterRBL su Instagram

RBL Berlin / Culture

di Massimiliano D'Acconti e Emilio Tamburini
RBL Berlin / Culture - Radio Banda Larga
All'inaugurazione della mostra Filmland Emilia-Romagna, aperta fino al 25 febbraio 2018 presso L'Istituto di Cultura di Berlino in collaborazione con la Cineteca di Bologna, Radio Banda Larga Berlino incontra Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca.

Grazie per essere con noi, qui all'IIC di Berlino, per parlare del cinema dell'Emilia Romagna e di questa iniziativa. Può raccontarci qualcosa della mostra?
Questa mostra è un po' una scommessa: se si guarda ai nomi dei grandi protagonisti dell'età d'oro del cinema italiano ci si accorge che un numero impressionante di loro è nato in Emilia-Romagna. Abbiamo quindi provato a dare una spiegazione al fenomeno, chiedendoci se questa notevole densità fosse qualcosa di casuale o se non ci fossero invece delle ragioni latenti. Lavorando sugli autori, sui film e sulla storia di quest'area geografica ci siamo accorti che effettivamente ci sono degli argomenti piuttosto solidi per credere che questi felici esiti non siano casuali.
Per cominciare, l'Emilia-Romagna risulta la regione con la maggior densità di teatri al mondo e l'avventura del melodramma, le cui sorti sono inestricabilmente legate all'Italia, passa necessariamente da qui. Non mi riferisco solo ai natali di Verdi, ma alla grande sensibilità che la popolazione emiliana e romagnola ha sempre mostrato per l'opera fin dalla sua nascita. 

Si può quindi dire che il cinema sia cresciuto in seno a una tradizione pregressa?
Sì, il melodramma e il teatro di posa sono gli antesignani più prossimi del cinema, ma le origini di questa radicata tradizione di spettacolo come forma popolare si possono ritrovare ancora più indietro, nella cultura tutta locale delle grandi feste. Il cinema è eminentemente una forma d'arte collettiva, che non può essere realizzata da una sola persona, bensì necessita di una cooperazione costante tra mestieri e maestranze diverse per realizzare un obiettivo comune. Ecco, questa tradizione del lavorare insieme, del cooperare nella nostra regione è molto radicata. Altro elemento importante: la tradizione pittorica. Una cultura visiva padana che è molto antica, penso alla scuola del Carracci, che tra il cinque e il seicento apre la stagione del barocco, fino ad arrivare alle rivoluzioni e ai pittori del Novecento, uno fra tutti: Morandi. Questa tradizione pittorica di lunga data si ritrova riverberata, quando non direttamente citata, nel cinema di Bertolucci, di Antonioni, di Fellini. 

Si potrebbe parlare della nostalgia come di un fil rouge nella poetica emiliano-romagnola? Registi come Fellini e Avati tornano nei loro luoghi d'origine per ambientarvi i loro film, ma pensiamo anche all'esperienza di Celati, al tentativo di raccontare la provincia che cambia,  lontana dai ritmi e dai meccanismi delle grandi città.

Sicuramente in un'epoca ormai distante – parliamo di almeno quarant'anni fa – l'Emilia e la Romagna erano per molti registi il luogo dell'infanzia che avevano lasciato per lavorare nella capitale. Quindi c'è sicuramente questo elemento di nostalgia, che oggi è però a mio parere molto meno forte. Un regista che continua a girare a Bologna in maniera prolifica, quasi ossessiva, è Pupi Avati, che al riguardo è solito dire: “vengo sempre perché non si sa mai che trovi un tesoro a furia di scavare”. Ma un film come quello di Giorgio Diritti su Marzabotto, L'uomo che verrà, forse il più significativo che sia stato girato dalle nostre parti di recente, non ha a che fare con la nostalgia, ma con uno sguardo più veritiero e profondo sull'identità del paese. Altro regista che continua occasionalmente a girare nella sua terra, benché meno prolifico di Avati, è Bellocchio. Bellocchio ha costruito una vera e propria saga, tant'è che a cinquant'anni da Pugni in tasca ha ambientato il suo penultimo film [Sangue del mio sangue, 2015, nda] proprio a Bobbio. Ma anche qui non si trova nostalgia, c'è piuttosto ancora una volta un ritornare sui propri passi alla ricerca di un'identità e di una verità.

RBL Berlin / Culture - Radio Banda Larga

Gian Luca Farinelli, direttore della cineteca di Bologna

Questa mostra trova oggi spazio qui, a Berlino. Cosa rappresentano Berlino e la Germania per un amante del cinema?
Da moltissimo tempo collaboriamo con le cineteche tedesche come la Murnau Stiftung, con la Deutsche Kinemathek, con quelli della cineteca di Monaco. Al primo festival del Cinema ritrovato invitammo proprio loro perché rappresentavano, insieme a noi e a quella del Lussemburgo, una delle tre grandi cineteche municipali in Europa. Enno Patalas [storico del cinema e restauratore tedesco, nda] è stato per noi un vero maestro, una delle persone che più ha informato e influenzato il nostro approccio al restauro dei film. Quindi i rapporti con Berlino sono stati fin dall'inizio molto importanti. Berlino è poi legata a una fase decisiva nella storia del cinema: dal termine della prima guerra alla fine del cinema muto, la Germania è stata importante quanto Hollywood, se non di più, e quest'ultima ha cambiato del tutto volto a causa l'avvento del nazismo.

Perché lì finirono i più grandi registi – come Murnau, Lubitsch e Lang – quando furono costretti ad espatriare.
Sì, penso ad autori di questa grandezza, ma anche ad attori, interpreti, sceneggiatori, musicisti, scenografi, direttori della fotografia che avrebbero reso grande Hollywood. Se non fosse arrivato Hitler, forse oggi Hollywood sarebbe qui, o comunque non avrebbe avuto quella dimensione internazionale che emergeva proprio da un incontro di culture così diverse. E la Germania fu un punto di riferimento in tutta Europa, anche per i maggiori registi italiani che erano venuti a lavorare qui in un momento di grande crisi del cinema, alla fine degli anni venti. A Berlino, oggi, trovo un equilibrio straordinario fra ricordi del passato e i segnali di una città estremamente moderna, capace di cambiare e di guardare al futuro, cosa particolarmente sorprendente per noi italiani – è forse proprio quel sale che a noi manca. 

Un'ultima domanda: quali sono per lei i film più rappresentativi tra quelli citati in questa mostra, e qual è quello a cui è più affezionato?
C'è una quantità di film straordinari e molto rappresentativi. Bertolucci ad esempio mantiene uno sguardo emiliano e parmense anche quando va a girare in Cina, così come quello di Antonioni è profondamente segnato dallo spazio urbano di Ferrara. Se proprio dovessi scegliere personalmente un film, il mio cuore batte per Fellini e in particolare per Amarcord: sono del partito di Woody Allen, il quale dice che per questioni mediche andrebbe visto almeno una volta l'anno.

Alles Paletti A Berlino è nata RBL BRL Consigli di lettura dal Ponte sulla Dora Bounce FM party at Bunker Alles Paletti