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RBL Berlin / Culture - III

di Tommaso Burdet e Massimiliano D'Acconti
RBL Berlin / Culture - III - Radio Banda Larga

Foto dalla pagina Facebook del Festival dei Popoli

In occasione della presentazione del film "Un Altro Me" a CinemAperitivo, RBL Berlin ha intervistato il suo regista, Claudio Casazza.

Partiamo da una domanda autobiografica, hai voglia di parlarci del percorso che ti ha portato a fare cinema?

Sono sempre stato un cinefilo, guardavo film dalla mattina alla sera. Ai tempi dell'università la cosa è cresciuta, scribacchiavo ogni tanto, mi dedicavo alla critica.  Dopo un po' di tempo verso i ventinove anni ho frequentato la scuola di cinema a Milano (la Civica), dove ho svolto un percorso incentrato sul documentario. Da lì il vernissage della scuola e poi altro, da prima autoprodotto, per poi passare pian piano a cose più serie.

Il mio primo film [Era la città dei cinema, 2010, N.d.A.] è incentrato sul massiccio fenomeno della chiusura dei cinema a Milano, che ha avuto inizio nei primi anni del 2000 ed è tuttora in corso. A Milano si contavano infatti nei primi anni ottanta 130 sale cinematografiche della quali 40 parrocchiali; oggi ne sono rimasti 20. Tutto è partito da Torino, dall’incendio del cinema Statuto, a seguito del quale furono irrigidite le norme di sicurezza. Le sale più piccole, non riuscendo ad adeguarvisi, trovarono più conveniente chiudere i battenti.

 

Nella tua carriera hai scelto di esprimerti attraverso la forma del documentario, vuoi parlarci di questa scelta?

È una scelta in parte obbligata da motivi economici e logistici, nel senso che fare fiction è più complesso. Ad ogni modo il documentario resta ciò che mi piace di più fare, il modo che preferisco per raccontare. Il documentario infatti non è solo la presentazione della realtà ma anche sempre un narrare. Non escludo comunque la possibilità di dedicarmi anche alla fiction in futuro.

 

In seguito hai girato anche un mockumentary, Il vento fa suo il giro [2012, N.dA.] comico sipario documentaristico dal sapore fortemente regionale su un fantomatico Giro d'Italia del '44. Come ti è venuta l'idea, come si è sviluppato il progetto?

Il progetto è nato contestualmente a un festival che non esiste più, il Piemonte Documenteur FilmFest (link al video), incentrato su falsi documentari girati in varie vallate del Piemonte. A ciascun partecipante veniva assegnata a sorpresa a una certa vallata, nel quale il film doveva essere ambientato, e che andava realizzato in dieci giorni. Si tratta di un film girato in tre, nel corso di una settimana, partendo da un soggetto scritto in anticipo e che poi abbiamo applicato alle specificità di Canosio, il paese della Val Maira che ci capitò in sorte. è stata un’esperienza molto divertente. In generale, il tema del falso documentario mi interessa molto, terrò a questo proposito una master class intitolata "Fake Views", ma non so ancora se proietterò il mio corto.

Torneremo a breve sui tuoi progetti futuri. Veniamo però adesso se sei daccordo al film in proiezione domani al Babylon, Un altro me [2016 nda]. Può sembrare una richiesta buffa, ma ti chiederemmo di presentarcelo tu, come vorresti che fosse presentato.

Bé, si tratta di un documentario girato nel carcere di Bollate che è l'unico in Italia nel quale si pratica un trattamento di recupero dei sex offender, il che vuol dire che terapeuti psicologi e criminologi lavorano con chi ha commesso dei reati per un anno intero di trattamento, con l’obbiettivo di prevenire la recidiva una volta tornati in libertà.

 

Si tratta di un'attività ben rodata, dico bene?

Sì, dodici anni quest'anno, io ho filmato il decimo. Ricordo che è l'unico progetto del genere in tutta Italia, il che è assurdo: avendone documentato l’efficacia penso che un progetto del genere dovrebbe aver luogo in tutta Italia. I dati del resto parlano chiaro: a fronte di una recidiva che per questo tipo di reati si aggira tra il 25-30%, i detenuti di Bollate presentano un tasso del 3%; 8 su 250. Io faccio spesso questo esempio: se ci sono delle sedie vuote in un cinema, quelle sedie vuote sono quei detenuti che avrebbero commesso di nuovo il reato, se ce ne sono 300 ho 270 vittime in meno.

 

Com'è avvenuto il tuo avvicinamento a questo progetto?

Grazie al cinema. Ai tempi gestivo una rassegna di documentari a Milano e tra questi c'è ne era uno che trattava l'argomento. Così, in occasione della proiezione, abbiamo invitato Paolo Giulini, criminologo e responsabile del progetto. Lui ci ha spiegato il concetto sottostante a questo tipo di terapia e come funziona il percorso di riabilitazione. A dir la verità, ricordo che rimasi stupito, pensavo che un lavoro del genere si facesse in ogni carcere italiano. Giulini, oltre a presentare le attività del centro [Centro Italiano di Promozione della Mediazione, NdA] a Bollate, ci ha inviato a una delle sedute aperte che si svolgono mensilmente presso il carcere. Partecipai per pura conoscenza, non esisteva ancora alcun progetto di film. In sé, il percorso di riabilitazione dura da circa settembre-ottobre fino a luglio-agosto dell'anno successivo. A Luglio, quando ho partecipato alla seduta, c'era ancora un confronto vivace e mi sono chiesto 'che cosa sarà successo prima?'. Così ne ho parlato con la mia produttrice a cui l'idea è piaciuta, e di conseguenza con i terapeuti.

Si tratta fondamentalmente di un documentario di osservazione, la macchina da presa osserva senza intervenire, non ci sono interviste né intromissioni esterne. Mi interessava stare dentro il progetto dall'inizio alla fine, cercando di riprenderlo tutto ed evitando di andare a scavare nel torbido, cosa della quale non mi è mai interessato nulla. Ciò che mi premeva mostrare era il rapporto umano, perché alla fine si tratta di esseri umani che si mettono in gioco. Il percorso del resto è del tutto volontario, il carcere può indicare alcuni detenuti idonei, ma spesso sono i detenuti stessi a candidarsi. Una volta che si decidono, firmano un contratto in cui s’impegnano a stare nel progetto. Non c'è nessun obbligo e neppure alcun vantaggio in termini di sconto della pena.

 

La seconda parte dell'intervista qua.

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